145 anni di carcere per il clan Di Cosola - TELEREGIONE
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BARI

145 anni di carcere per il clan Di Cosola

La Suprema Corte di Cassazione ha confermato l’accusa del processo a carico del clan Di Cosola. Per questo, questa mattina la Polizia di Stato ha eseguito a Bari, in diversi comuni limitrofi e a Milano, 27 ordini di esecuzione pena – per complessivi residui 145 anni di reclusione – emessi dalla Procura Generale della Repubblica.

La Suprema Corte di Cassazione ha confermato l’accusa del processo a carico del clan Di Cosola. Per questo, questa mattina la Polizia di Stato ha eseguito a Bari, in diversi comuni limitrofi e a Milano, 27 ordini di esecuzione pena – per complessivi residui 145 anni di reclusione – emessi dalla Procura Generale della Repubblica.
Gli affiliati al gruppo criminali sono stati ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione di stampo mafioso, per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, porto e detenzione di armi; tutti crimini compiuti con l’aggravante del metodo mafioso.
L’indagine, denominata “Operazione Hinterland II” ha preso avvio a maggio 2011 e conclusa nell’agosto 2013, è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, che ha documentato l’alleanza tra il clan Di Cosola e gli Stramaglia, all’epoca in contrasto, anche armato. Intervennero, per la pace, esponenti del clan Parisi, che intrapresero un percorso di non belligeranza e di comune gestione degli affari illeciti nel campo dello spaccio di stupefacenti. Le prove sono state raccolte grazie ad intercettazioni telefoniche, ambientali, arresti in flagranza e dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, che hanno consentito di costruire un quadro accusatorio chiaro.
L’articolazione criminale era strutturata gerarchicamente e ha avuto a capo sia Antonio Di Cosola che il fratello Cosimo. L’operatività si svolgeva nei comuni di Bari, Valenzano, Triggiano, Rutigliano, Bitritto, Palo, Giovinazzo, Bisceglie, Sannicandro, Adelfia e zone limitrofe. I responsabili delle piazze dovevano, periodicamente, rendere conto ai vertici dell’organizzazione dell’andamento dello spaccio di droga, delle estorsioni e del rapporto con altri sodalizi criminali. In cambio, l’associazione di stampo mafioso, garantiva la divisione dei proventi, aiuti economici e garanzia di assistenza legale nel caso di arresti.
Fu dimostrato come la struttura criminale poteva contare su un significativo numero di armi: vennero sequestrati kalashnikov, mitragliette e 19 pistole di vario calibro e mille munizioni decine di migliaia di euro in contanti e diversi kg di stupefacenti. Questi operavano su distinte piazze di spaccio, ciascuna diretta da un proprio referente, grazie alla sinergia con i trafficanti nel tarantino, nel leccese e nel veronese.
All’epoca dei fatti fu eseguito anche un sequestro preventivo – emesso dalla DDA – su autovetture, scooter, immobili, imprese commerciali e terreni, posseduti direttamente o con prestanome.

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