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PUGLIA

Cgil: “Diciottomila strutture ricettive e troppi lavoratori a nero”

“Non è possibile – dice Gesmundo – che di fronte ad ottomila strutture ricettive, dieci mila della ristorazione, gli addetti, compresi quelli stagionali, ammontino a soli 50mila unità. C’è qualcosa che non va e si chiama lavoro nero”.

La Puglia, regione fiore all’occhiello di tutta Italia per bellezza, investimenti, nona in tutto lo stivale per numero di visitatori di musei, monumenti e zone archeologiche, ma povera di contratti stagionali regolari e di infrastrutture che possano destagionalizzare l’offerta turistica.
È il triste quadro emerso durante l’incontro avvenuto nella sede della Cgil nazionale, a Roma, a cui hanno preso parte il segretario generale pugliese Pino Gesmundo, con il vicesegretario generale Vincenzo Colla, il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon e i segretari regionali e di categorie.

Se da una parte, sono arrivati oltre 75 milioni di euro di fondi comunitari, 270 mila sono spesi dalla Regione per eventi e promozione, sei miliardi di Pil – il 10% del totale – proviene proprio dal turismo, dall’altra restano enormi contraddizioni.
“Non è possibile – dice Gesmundo – che di fronte ad ottomila strutture ricettive, dieci mila della ristorazione, gli addetti, compresi quelli stagionali, ammontino a soli 50mila unità. C’è qualcosa che non va e si chiama lavoro nero”. Ma parliamo anche dell’ambiente, minacciato dall’erosione costiera e dalla xylella, della digitalizzazione che possa mettere a punto un sistema di servizi, delle infrastrutture e di norme che regolino la fiscalità delle strutture che operano su piattaforme online. In Salento, poi, non ci sono autostrade e la rete ferroviaria è marginale. Si deve lavorare sulla destagionalizzazione investendo sul turismo convegnistico, sull’arte, sull’ambiente e sulla cultura”.

E il segretario generale, poi, ha ricordato la campana “Ok lavoro”, lanciata dalla Cgil per certificare le imprese che rispettano i diritti e i contratti dei propri operatori. “Non è accettabile – conclude Gesmundo – che un settore enogastronomico come quello pugliese, che il 38% dei visitatori colloca al primo posto come elemento di soddisfazione, si regga per ampi tratti sul caporalato, sui ghetti e sul dumping salariale”.

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