Dal fondo della narrazione pittorica di Nunzio Quarto, dal terzo occhio metafisico del nostro pittore, presente nell’opera “Tentativo per un Autoritratto”, emerge la luce del sole che illumina tutto ciò che è intorno: luna sconosciuta, sole d’amore, un palazzo alto, senza finestre, senza abitatori, una barca nell’altra barca, un orizzonte basso, donde ascoltare e osservare, le geometrie (abissi e silenzi eterni), i segreti del cielo, una bandiera; come in un gioco di rifrazioni entropiche, la poesia dei disegni della luce pulviscolare, l’universo come specchio da cui apprendere la cifra naturale per raccontare con segni, cifre, enigmi, simboli pulviscolari. Tutto ciò avviene attraverso l’applicazione del Terzo occhio, (occhio interiore e densità dell’interiorità del pittore), punta di diamante, per scavare tra la pietra e il vetro del silenzio, nella luce della luce.

Senza niente, con una ferita da guarire, da tamponare e dopo, finalmente, la luce che esplode sul fondale del teatro delle ombre di Nunzio Quarto, che racconta il sole, la luce teatrale e le segrete stanze delle cosmogonie come specchi dell’universo.

Ecco le geometrie di Nunzio: approfondire le cause del nulla e del senza niente, con l’occhio, il doppio occhio, che scruta l’interiorità perduta, collassata senza il tepore dell’universo, senza l’accompagnamento verso la città del sole. E poi l’entropia, un oggetto, una linea mortale che cade, cade, cade, tra le braccia delle ombre del sole, tra le braccia di Mohole e Palomar.

Ecco come la poetica di Nunzio Quarto esprime, in silenzio, l’amore per l’umanità, per gli abissi che animano l’umanità, che per essere umanizzata, necessita dello sguardo poetico dell’interiorità.

Quarto è un vero maestro nell’inseguire le avventure della città interiore e dell’umanità dolente.

Torna il sole con il giorno che non teme né lo scorrere del tempo, né la consunzione degli anni. Il tempo – metafora degli orologi e della meridiana – racconta lo svolgimento vitale dell’essere umano, della sua natura visiva, sensibile, ottica, odorosa e sensitiva. Le parole e le cose, istanti tra istanti che si annidano nell’anima del pensiero estremo, natura dolce delle figure.

Così, Nunzio Quarto, nel tentativo di definire il gioco cosmicomico dell’universo come specchio, prima di abbracciare il senso ultimo nascosto nel gioco massacrante di Sisifo, rivolge il suo sguardo d’intorno: misura per misura, traccia per traccia, segmento su segmento.

Ecco il sole, la casa, senza porte e senza finestre. La diagonale, la schiena del Monte che Nunzio Quarto decide di scalare per approdare all’ultimo tentativo di definizione del suo autoritratto. Per fare cosa, per decidere quale scelta, per capire dove andare, per sondare quale pensiero ultimo, quale intima riflessione?

Nunzio Quarto è capace di definire scanalature, descrivere vortici compressi per poter narrare di un sole nato per l’umano. Per l’artista barlettano scalare il costone della montagna è una sfida, una doppia sfida, sia per guardare direttamente gli occhi del sole illuminante, sia per accarezzare il volto, il doppio volto, umano e divino del cielo.

L’immagine sa di sacro e il doppio occhio, occhio esterno, sguardo metafisico, lo applica allo scorgere della divinità, favorendo una dissonanza nel lettore di immagini, nel visitatore del labirinto quartiano. Siamo di fronte ad una logica geometrica, contaminata da dissimmetrie creative, che il pittore, nel tentativo di autoritrarsi, accoglie riscoprendo il gioco del doppio, il gioco delle maschere, l’interiore sentimento caduco del tempo, che muove tra una clessidra imbronciata e le linee di silenzio del sole.

Mentre, dal fondo, emerge una figura geometrica, un triangolo, un’ombra che dice, che vorrebbe dire, che cerca le parole, una figura triangolare che si umanizza, che si fa carne, si fa voce, che cerca di intrepretare la mappa del labirinto costruito e mai definito da Quarto, e percepire, così, a intuizione, dopo aver scrutato l’anima delle cose e delle umanità, l’eco che proviene da una doppia voce, che narra, che sostiene l’impatto con il mistero.

Il mistero di quest’opera di Nunzio Quarto riguarda il cammino intrapreso dal nostro artista per giungere al suo senso religioso del vivere. Questa ricerca, anche se dolorosa e impegnativa, parte dall’autobiografia dell’autore, dal tentativo di autodefinirsi, auto-ricercarsi, auto-rinascere dalle proprie fondamenta sia umane che culturali e civili.

In quest’opera, non vediamo il volto dell’artista, ma scorgiamo il suo sguardo, sul limitare dell’orizzonte attende di guardare Sisifo, dritto dritto negli occhi, e interrogarlo, assumendo le sembianze di un Tiresia innamorato della vita e della seconda nascita, della voce e della natura, che è fonte di dolore ma anche di vitalità e allegria per dare una nuova paternità ai colori dell’arcobaleno e alle ombre, lì in fondo.

Giuseppe Lagrasta

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Giuseppe Lagrasta è uno studioso di management scolastico e di innovazioni didattiche. Si è occupato di Letteratura del Novecento pubblicando articoli e saggi su: Italo Calvino, Elio Vittorini, Tommaso Landolfi, Dino Buzzati, Gianni Rodari. Pubblica poesie, favole e filastrocche. Dirige dal 2009 la rivista di poesia e critica letteraria “La scrittura meridiana”. Ha svolto il ruolo di Dirigente Scolastico presso il Liceo Classico, Liceo Musicale, Liceo delle Scienze Umane, “Alfredo Casardi” di Barletta (BT).